La dipendenza affettiva: prevenire è meglio che curare
Dettaglio: Rivista n. 8 A cura di: DOTT.SSA ELENA BUSSO, PSICOLOGA PSICOTERAPEUTA

Ci hanno fatto credere in una formula chiamata “due in uno”:
due persone che pensano uguale, agiscono uguale, che solamente questo poteva funzionare.
Non ci hanno detto che questo ha un nome: annullamento.
Che solamente essere individui con propria personalità ci permette di avere un rapporto sano.

John Lennon


Difficile cominciare a scrivere su questo argomento senza ricordare l'ultimo telegiornale o l'ultimo articolo letto o peggio ancora l'ultimo pomeriggio di "cronaca da audience" relativo ad aggressioni avvenute da parte di uomini (anche se non farò un discorso di genere) verso le donne; pertanto partirò dallo spunto di John Lennon e proverò a darci un taglio costruttivo.
Lennon parla di "due in uno" io riprendo la vecchia metafora della famosa mezza mela da trovare cercandola affannosamente per strada, al lavoro, in un affollato pub o in sala d'attesa dal medico per la ricetta dell'antibiotico! Ecco io mi sono sempre chiesta.... ma se uno la mezza mela non la trova... che fa? Non sopravvive? La mia idea è sempre stata che ciascuno deve essere "mela a sé", solo così potrà senza affanno viversi la vita e senza essere alla disperata ricerca di un partner, troverà un'altra mela intera con la quale potrà condividere interessi, passioni e perché no, anche sofferenze. Facile? Per nulla, ma la posta in gioco è troppo alta per non provarci. La posta in gioco è la vita.
Lennon parla di annullamento e questo ci aiuta ad entrare nell'argomento. La dipendenza affettiva è una condizione relazionale di coppia negativa che a lungo andare porta proprio alla condizione di cui parla lui; certo, non subito, inizialmente tutto è meravigliosamente meraviglioso: i plurimi messaggi vengono letti come un "si interessa a me, vuole sapere dove sono e con chi sono" poi si scoprirà essere controllo, i commenti poco carini su amiche/amici e familiari sono un "è dalla mia parte, mi capisce" poi si scoprirà essere un primo tentativo di isolare la persona dalla rete e potrei fare un elenco lunghissimo...ma visto che mi ero ripromessa di essere costruttiva voglio aiutarvi a PREVENIRE PIUTTOSTO CHE CURARE!!!
Le relazioni che instaurano queste persone non sono casuali, ma soddisfano il bisogno di avere a tutti i costi una relazione. La/Il dipendente affettiva/o pensa al brillante futuro di protezione che potrebbe avere con questa persona, che a sua volta si ingaggia in una relazione affettiva con questa tipologia di soggetto solo perché ha bisogno di sottomettere qualcuno su cui esercitare la propria superiorità. Il partner del dipendente avvilisce le debolezze di questa persona, sul piano del fisico, del carattere, della bellezza, dell’intelligenza, operando un costante confronto con un ipotetico altro/a sempre migliore. Alla lunga questo atteggiamento determina nel dipendente una maggiore insicurezza che porterà a reazioni di gelosia, di paura, “sicuramente sceglierà chi è meglio di me”. Tutto questo porta nel dipendente alla formazione di un circolo vizioso che si autoalimenta, ovvero totale perdita di autostima e di autoefficacia, allerta continua, terrore della perdita, che si manifesta con un senso di ansia costante e un aumento del controllo nella relazione.
Le radici di questo disturbo sono ataviche e infantili, ferite mai guarite, basate sull’apprendimento di un rifiuto precoce legato alla propria inadeguatezza, e per questo si perpetuano nella relazione di coppia. Il dipendente ama l’altro idealizzato, lo stesso amore che ha provato nella propria infanzia per un genitore irraggiungibile, che lo ha abbandonato, dal quale si è sentito tradito. Per questo, la dipendenza si alimenta e si nutre del rifiuto, della svalutazione, dell’umiliazione, del dolore: non si tratta di provare piacere nel vivere tali difficoltà, ma di dare corpo al desiderio di essere in grado di cambiare l’altro, di convincerlo del proprio valore, di salvarlo, riuscendo a farsi amare da chi ama solo se stesso. Questo comportamento è ulteriormente aggravato da una attribuzione di colpe che non si hanno: “io sbaglio e per questo lui si comporta in questo modo”, “se solo fossi meno gelosa tutto questo non succederebbe”, “se ha urlato e mi ha offeso così è perché io l’ho fatto innervosire, ho tirato la corda”, ”Quando abiteremo da soli sarà diverso”, “Io riuscirò a cambiarlo”.
Quello che incatena nella dipendenza affettiva è la presunzione di farcela: la presunzione di riuscire prima o poi a farsi amare da chi proprio non vuole saperne di amarci o di amarci nel modo in cui noi lo pretendiamo.
La soluzione?
1) il primo passo verso il superamento del problema è RICONOSCERE DI AVERE UN PROBLEMA. Difficile e molto faticoso il percorso, ma consiste nel vedere l’altro/a per quello che è, ovvero un manipolatore/trice affettivo/a. Solo così è possibile uscire dalla trappola e liberarsi della dipendenza costruendo relazioni più sane;
2) se da soli diventa difficile, cercare l'aiuto di un valido psicoterapeuta formato su tale argomento;
3) considerare la propria salute e il proprio benessere una priorità su tutto il resto: insonnia, tono di umore basso, dolori psicosomatici... ricordiamoci che il nostro corpo parla molto prima di noi e lui sa avvisarci se stiamo vivendo una situazione che non ci fa star bene.
Amare se stessi e mettersi al centro della propria vita è la strada da intraprendere per passare dalla dipendenza all’indipendenza, ovvero concedersi la possibilità di farsi amare in modo sano.

La dipendenza affettiva: prevenire è meglio che curare
Dettaglio: Rivista n. 8 A cura di: DOTT.SSA ELENA BUSSO, PSICOLOGA PSICOTERAPEUTA

Ci hanno fatto credere in una formula chiamata “due in uno”:
due persone che pensano uguale, agiscono uguale, che solamente questo poteva funzionare.
Non ci hanno detto che questo ha un nome: annullamento.
Che solamente essere individui con propria personalità ci permette di avere un rapporto sano.

John Lennon


Difficile cominciare a scrivere su questo argomento senza ricordare l'ultimo telegiornale o l'ultimo articolo letto o peggio ancora l'ultimo pomeriggio di "cronaca da audience" relativo ad aggressioni avvenute da parte di uomini (anche se non farò un discorso di genere) verso le donne; pertanto partirò dallo spunto di John Lennon e proverò a darci un taglio costruttivo.
Lennon parla di "due in uno" io riprendo la vecchia metafora della famosa mezza mela da trovare cercandola affannosamente per strada, al lavoro, in un affollato pub o in sala d'attesa dal medico per la ricetta dell'antibiotico! Ecco io mi sono sempre chiesta.... ma se uno la mezza mela non la trova... che fa? Non sopravvive? La mia idea è sempre stata che ciascuno deve essere "mela a sé", solo così potrà senza affanno viversi la vita e senza essere alla disperata ricerca di un partner, troverà un'altra mela intera con la quale potrà condividere interessi, passioni e perché no, anche sofferenze. Facile? Per nulla, ma la posta in gioco è troppo alta per non provarci. La posta in gioco è la vita.
Lennon parla di annullamento e questo ci aiuta ad entrare nell'argomento. La dipendenza affettiva è una condizione relazionale di coppia negativa che a lungo andare porta proprio alla condizione di cui parla lui; certo, non subito, inizialmente tutto è meravigliosamente meraviglioso: i plurimi messaggi vengono letti come un "si interessa a me, vuole sapere dove sono e con chi sono" poi si scoprirà essere controllo, i commenti poco carini su amiche/amici e familiari sono un "è dalla mia parte, mi capisce" poi si scoprirà essere un primo tentativo di isolare la persona dalla rete e potrei fare un elenco lunghissimo...ma visto che mi ero ripromessa di essere costruttiva voglio aiutarvi a PREVENIRE PIUTTOSTO CHE CURARE!!!
Le relazioni che instaurano queste persone non sono casuali, ma soddisfano il bisogno di avere a tutti i costi una relazione. La/Il dipendente affettiva/o pensa al brillante futuro di protezione che potrebbe avere con questa persona, che a sua volta si ingaggia in una relazione affettiva con questa tipologia di soggetto solo perché ha bisogno di sottomettere qualcuno su cui esercitare la propria superiorità. Il partner del dipendente avvilisce le debolezze di questa persona, sul piano del fisico, del carattere, della bellezza, dell’intelligenza, operando un costante confronto con un ipotetico altro/a sempre migliore. Alla lunga questo atteggiamento determina nel dipendente una maggiore insicurezza che porterà a reazioni di gelosia, di paura, “sicuramente sceglierà chi è meglio di me”. Tutto questo porta nel dipendente alla formazione di un circolo vizioso che si autoalimenta, ovvero totale perdita di autostima e di autoefficacia, allerta continua, terrore della perdita, che si manifesta con un senso di ansia costante e un aumento del controllo nella relazione.
Le radici di questo disturbo sono ataviche e infantili, ferite mai guarite, basate sull’apprendimento di un rifiuto precoce legato alla propria inadeguatezza, e per questo si perpetuano nella relazione di coppia. Il dipendente ama l’altro idealizzato, lo stesso amore che ha provato nella propria infanzia per un genitore irraggiungibile, che lo ha abbandonato, dal quale si è sentito tradito. Per questo, la dipendenza si alimenta e si nutre del rifiuto, della svalutazione, dell’umiliazione, del dolore: non si tratta di provare piacere nel vivere tali difficoltà, ma di dare corpo al desiderio di essere in grado di cambiare l’altro, di convincerlo del proprio valore, di salvarlo, riuscendo a farsi amare da chi ama solo se stesso. Questo comportamento è ulteriormente aggravato da una attribuzione di colpe che non si hanno: “io sbaglio e per questo lui si comporta in questo modo”, “se solo fossi meno gelosa tutto questo non succederebbe”, “se ha urlato e mi ha offeso così è perché io l’ho fatto innervosire, ho tirato la corda”, ”Quando abiteremo da soli sarà diverso”, “Io riuscirò a cambiarlo”.
Quello che incatena nella dipendenza affettiva è la presunzione di farcela: la presunzione di riuscire prima o poi a farsi amare da chi proprio non vuole saperne di amarci o di amarci nel modo in cui noi lo pretendiamo.
La soluzione?
1) il primo passo verso il superamento del problema è RICONOSCERE DI AVERE UN PROBLEMA. Difficile e molto faticoso il percorso, ma consiste nel vedere l’altro/a per quello che è, ovvero un manipolatore/trice affettivo/a. Solo così è possibile uscire dalla trappola e liberarsi della dipendenza costruendo relazioni più sane;
2) se da soli diventa difficile, cercare l'aiuto di un valido psicoterapeuta formato su tale argomento;
3) considerare la propria salute e il proprio benessere una priorità su tutto il resto: insonnia, tono di umore basso, dolori psicosomatici... ricordiamoci che il nostro corpo parla molto prima di noi e lui sa avvisarci se stiamo vivendo una situazione che non ci fa star bene.
Amare se stessi e mettersi al centro della propria vita è la strada da intraprendere per passare dalla dipendenza all’indipendenza, ovvero concedersi la possibilità di farsi amare in modo sano.

Intervista su "L'Ora del Pellice"
Dettaglio: CENTRO DI PSICOLOGIA E PSICOTERAPIA

Condividiamo l'articolo del periodico "L'Ora del Pellice" sul tabacco in cui Francesco Rizzi, psicologo e psicoterapeuta collaboratore del Centro, è stato intervistato rispetto ai possibili [...]

Condividiamo l'articolo del periodico "L'Ora del Pellice" sul tabacco in cui Francesco Rizzi, psicologo e psicoterapeuta collaboratore del Centro, è stato intervistato rispetto ai possibili interventi per uscire dalla dipendenza da nicotina.



Estratto della rivista
Quando soffia il vento del cambiamento alcuni costruiscono muri, altri mulini a vento
Proverbio cinese
Ci hanno fatto credere in una formula chiamata “due in uno”:
due persone che pensano uguale, agiscono uguale, che solamente questo poteva funzionare.
Non ci hanno detto [...]
Ci hanno fatto credere in una formula chiamata “due in uno”:
due persone che pensano uguale, agiscono uguale, che solamente questo poteva funzionare.
Non ci hanno detto che questo ha un nome: annullamento.
Che solamente essere individui con propria personalità ci permette di avere un rapporto sano.

John Lennon


Difficile [...]